“DOLENTE VATICINIO DI MIA
SORTE

                                      

Vengo da un tempo
perso nelle nebbie del prima:
ero la vergin più bella
e la più sola
che il sacro fuoco attizzava
per l’estremo sacrificio
al dio crudele.
L’inviolato tempio
m’era reggia e cella
oltre la quale avea sol ali
il mio prestigio di incorrotta sibilla,
ma non i palpiti d’amore di fanciulla
che soffocar dovea
femminei desideri.
Da annebbiati segni
tentavo di svelare voleri arcani,
proferendo ambigue profezie,
ma non oscura era la sorte mia,
chè, se un sogno bussava
al silenzio del cuore,
spezzando la castità giurata,
orrenda morte
spegneva il mio respiro.